19/05/2008
L'ottimismo è il profumo dell'idiozia
“Infatti non è mica normale
che un comune mortale
per le cazzate tipo compassione e fame in India,
c'ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna,
che viene da dire: Ma dopo come fa a essere così carogna?”
(Io se fossi Dio, Giorgio Gaber)


Dev'essere il nuovo Governo. Dev'essere che i mefitici lezzi dell'immondizia data alle fiamme ci rendono incoscienti. Dev'essere che è primavera inoltrata e gli ormoni rendono i mammiferi più pacati e disponibili.
Ma sembro circondata da un mondo pieno di positività ed ottimismo.
Ed io tutto questo pensare positivo non lo sopporto più.
Non sopporto più chi mi dice che il mondo è bello, che l'amore è bello, che le persone sono belle e che stare insieme è una festa. Non sopporto i maledetti Diddle (li ho adorati anch'io fino ai 14 anni, età oltre la quale apprezzarli è un delitto) che in improbabili gif animate rosa confetto e distribuiscono baci, carezze e coccole virtuali allo sconosciuto di turno. Non sopporto più le pubblicità che invitano a perdere i chili di troppo, alludendo velatamente al fatto che noialtre donne “normali” altro non siamo che degli amorfi blob di cellulite i quali hanno passato l'inverno ad accumulare grasso corporeo che non le rende adatte neanche ad indossare un bourka, figuriamoci un bikini. E non sopporto più neanche le signore e signorine che, ammaliate da queste assurde pubblicità, si impegnano con un'ammirevole costanza ed un incomprensibile ottimismo a diventare come la modella della Kellog's, non considerando che per dimagrire con il latte e cereali occorrerebbe sostituire il pranzo con una porzione di cereali che sembrerebbe misera anche ad un bambino del Darfur. E che in ogni caso, anche dopo mesi di trattamento intensivo, un sedere come le Grazie di Canova non lo si avrà mai neanche in sogno.
Non sopporto i bambini che giocano a pallone in cortile e sono capaci di produrre un rumore più intenso e fastidioso di un'orda di Unni che invade una fabbrica di grancasse. Non sopporto i miei condomini, i quali appena la stagione delle piogge volge al termine si imbarcano in faraonici lavori di ristrutturazione delle proprie case, con un grande dispendio di denaro e di decibel (nonché di bestemmie da parte dei vicini). Protagonista assoluto il martello pneumatico, seguito a ruota dal trapano, con un coro di accompagnamento di decine di scalpelli. Tempi previsti per il termine dei lavori: approssimativamente gli stessi che si registrano negli appalti pubblici. Qualcosa come sette o otto generazioni.
Non sopporto i genitori che trattano i figli come se fossero perennemente neonati. Ho cercato di spiegare alla mia mamma che la mattina non c'è più bisogno che mi metta il pannolino, ma non c'è stato verso!
Non sopporto tutto quest'amore e questa fratellanza. Più questo clima stucchevole ed edulcorato si diffonde, più mi sento un orso e vorrei ritirarmi in eremitaggio. L'altro giorno passeggiavo indifferente e sono stata sequestrata da un gruppo di individui inquietanti con le magliette “La Fabbrica del Sorriso”, che mi hanno trascinato ad ascoltare un coretto di mocciosi che intonava terrificanti canti di gioia. E poi se penso che gli stessi che hanno inventato “La Fabbrica del Sorriso” sono in coalizione di Governo con la Lega Nord e stanno proponendo disegni di legge per buttare fuori dal patrio confine a morire di stenti una vagonata di extracomunitari, mi sento quanto meno buggerata.
Non che io sia pessimista. E' solo che l'ottimismo mi sembra una gran presa per il *13834* (c.a.p. di Soprana).
Pensato da unfannullone alle 17:05 | link | commenti (9) | categoria: i miei difetti, critiche decostruttive




16/05/2008
Parlare è incorrere in tautologie*
“De do do do, de da da da
Is all I want to say to you
De do do do, de da da da
Their innocence will pull me through”
(De do do do, de da da da, Police)

Questo post parla di incomprensioni.
Se state leggendo questo post, avete, o state avendo in questo preciso istante, una minima idea dello stile in cui scrivo.
Bene, è approssimativamente lo stesso stile con cui parlo.
Non di rado quindi ho avuto problemi a far comprendere all'uomo medio ciò che sto dicendo.
Più o meno verso l'adolescenza ho dovuto imparare qualche parola di dialetto, per comunicare con alcune fasce di popolazione che, ahimé, non comprendono l'italiano. E fondamentalmente l'ho fatto  per non fare paura agli altri. Il diverso fa paura, e nella profonda provincia italiana, una persona che non parla almeno qualche parola di dialetto è un diverso.
Io di solito parlo poco. Ascolto molto, incamero, rifletto, il più delle volte dimentico in un tempo brevissimo quello che mi è stato detto perché durante tutto il discorso che mi è stato fatto mi sono concentrata su un dettaglio insignificante, che so, un capello fuori posto dell'interlocutore, una cadenza piacevole, un intercalare, un congiuntivo sbagliato...Per questo si comprenderà che ho grossi problemi di comunicazione. Diciamo che ho un ascolto empatico: se mi si vuole far capire qualcosa bisogna modulare il tono di voce, come per i cani. Tono incazzato = rabbia, tono allegro = felicità, tono apatico = noia, e via discorrendo.
Quando poi tocca a me parlare, i problemi si fanno via via più insormontabili. L'italiano medio mal digerisce l'italiano, e quando si trova di fronte a qualcuno che lo parla come se fosse appena uscito dall'Accademia della Crusca, la frase che presumibilmente gli dirà è la seguente: “Non sei di qui, vero?”
Mi sono sentita dire questa frase pressoché ovunque. Con il risultato che, oltre a sentirmi straniera pressoché ovunque, quando esprimo un concetto mi tocca ripeterlo più volte. E con l'ulteriore complicazione che, per venire incontro alle carenze linguistiche dei miei interlocutori mi costringo a semplificare l'articolazione delle mie frasi riducendole all'osso. Ma poiché questo per me è uno sforzo immane, molto spesso balbetto, e altrettanto spesso getto la spugna e rinuncio ad esprimermi.
Capirete quanto questa situazione mi risulti incresciosa e frustrante.
Negli ultimi tempi, come se non ci fosse limite allo sfacelo, oltre che a disimparare l'italiano sembra che l'uomo medio stia lentamente rimuovendo dalla sua memoria anche le leggi basilari della logica. La tendenza generale è quella di un ritorno all'espressione primordiale, alle frasi soggetto-verbo-complemento, senza inutili implicazioni delle cellule cerebrali. “La pasta è buona”, “Il sole è caldo”, “Il gatto mangia il topo".
O meglio, alla più logica forma della stupidità, alla più piatta ridondanza di significato. Alla sana e rassicurante ripetitività della tautologia.

Meglio rimanere zitti, và.


* citazione iniziale di Jorge Luis Borges.
Pensato da unfannullone alle 22:03 | link | commenti (5) | categoria: i miei difetti, critiche decostruttive




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