“...inutile al mondo ed alle mie dita
bollato per sempre truffatore imbroglione
dottor professor truffatore imbroglione”
(Un Medico, Fabrizio De André)
Succede a tutti di arrivare ad un punto di svolta della propria vita.
Succede che dopo sette lunghi anni di studio e perdita di tempo a vario titolo in uno stabile universitario, la tradizione preveda la redazione di un lavoro conclusivo.
E' successo anche a me. Nessun problema per la redazione, me la cavo bene a scrivere.
Il problema è che succede anche di dover illustrare quanto si è affermato per iscritto davanti ad una commissione di esperti. E, quel che è peggio, davanti ad un uditorio di parenti, amici, conoscenti e perfetti sconosciuti.
Mi è successo anche questo. Ieri pomeriggio.
Sono arrivata in mostruoso anticipo, elegante ed azzimata come il giorno della Prima Comunione, elevata a sovrastare tutti i presenti su un maestoso tacco cento (per i profani, 10 interminabili centimetri da trampoliere). Ho parcheggiato la macchina lontanissimo. Le cerimonie si tengono in centro storico ed il centro storico a Benevento è completamente chiuso al traffico.
Ve l'avevo detto che il centro storico è pavimentato a sanpietrini? Arrivati nella sala delle lauree i miei piedi cantavano “Lacrime napulitane”.
Sudata come un Mocio Wileda per il caldo-umido dell'inospitale città campana e per l'insostenibile tensione, mi trattengo a scambiare due parole con il relatore, che, notando la mia faccia da patibolo, cerca inutilmente di farmi animo. Intanto la mia famiglia ride alle mie spalle e mia madre mi fa notare che sto lentamente sbiancando.
Mi sono seduta in prima fila su delle poltroncine troppo basse per le mie gambe lunghe di ragno. Ho dovuto attendere il mio turno con le ginocchia in gola e le mani a cercare di coprire il copribile con la gonna. Ero l'unica candidata con al gonna. E in quel momento ho capito perché.
Ve l'avevo detto che sono brava a scrivere?
A parlare invece sono un disastro. A parlare in pubblico sono una catastrofe. A parlare in pubblico davanti alla mia famiglia sono una calamità naturale.
Ma ho avuto fortuna: il mio turno è arrivato dopo due tesi insostenibilmente noiose. Quando mi sono alzata dalla mia poltroncina troppo piccola metà del pubblico era addormentato compresa la mia famiglia. Mia sorella russava.
Non so cosa ho detto. O meglio cosa ho balbettato.
So solo che qualcosa l'ho detto perché quando sono tornata al posto avevo la lingua foderata di moquette ed ho pensato che il massimo della mia ambizione in quel momento era infilarmi sotto le coperte del mio letto e succhiarmi il pollice chiamando la mamma.
Odio le formalità. Proclamazione, saluti, baci, auguri e frasi incoraggianti, la tensione si è stemperata in un certo senso del dovere sociale che mi ha reso più docile.
In ogni caso, ho una laurea in giurisprudenza. Quindi è stato un successo.
Poi stamattina mi sono svegliata con un dubbio. Cosa farò ora? Che scuse dovrò trovare per continuare ad esercitare la mia professione di fannullone?
Succede a tutti di arrivare ad un punto di svolta della propria vita. Che poi rimane identica a se stessa e tu resti esattamente quello che sei sempre stata è un altro discorso.